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Battaglia del Cremera, una sconfitta romana

Durante la prima metà del V secolo a. C. il primato di Roma nel Lazio è osteggiato da Veio, città etrusca che occupa la riva destra del Tevere. Tale rivalità non permette ai repubblicani di disinteressarsi completamente dei rivali vicini, ma anzi li costringe a mantenere un contingente armato disponibile nelle circostanze settentrionali della propria città per evitare ritorsioni belliche o occupazioni territoriali. Inoltre non potendo concentrare lo sforzo bellico nell’espansione verso sud e verso il centro Italia, la conquista romana della regione risulta rallentata, queste le premesse della battaglia del Cremera.

La situazione era diventata insostenibile e pertanto i membri della gens Fabia, particolarmente attivi nella politica repubblicana del decennio 485/475, decisero con il beneplacito del Senato di intraprendere una guerra privata contro i veienti. I costi e i profitti della guerra sarebbero stati gestiti dalla famiglia, così come l’approvvigionamento e, soprattutto, la composizione dell’esercito.

In questa fase storica l’esercito romano non è ancora strutturato secondo il tipico schema legionario: non si presuppone lo schieramento di una fanteria pesante disposta a falange (di derivazione oplitico/greca) né tanto meno il reclutamento programmatico tra i cittadini. La guerra è di retaggio patrizio e, nel caso specifico del conflitto contro Veio, di una sola casata della classe possidente.

Per quanto è lecito supporre immaginiamo dunque che i membri della gens, circa trecento unità, componessero la cavalleria mentre i clienti della famiglia fossero fanti armati alla leggera. È molto difficile definire con esattezza quante persone componessero il seguito dei patrizi, quale fosse la loro estrazione sociale o la preparazione militare, ma per come andarono gli eventi si può ipotizzare che il peso maggiore dello scontro gravasse sui trecento Fabi.

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Mappa tattica battaglia del Cremera

La tattica romana

Nel 479 l’esercito romano decise di occupare un colle presso il Tevere su cui porre il quartier generale. Reso il terreno edificabile, i Fabi costruirono una doppia palizzata con torrette attorno al campo, fortificandolo. Da quella posizione strategica intrapresero una tattica di logoramento della campagna lungo entrambe le sponde del Tevere. Il territorio di Veio comprendeva infatti anche l’altura di Fidene, sulla riva romana del grande fiume del centro Italia.

Per due anni, fino agli inizi del 477, condussero la guerra in questo modo sostenendo talvolta alcuni scontri campali minori in cui la cavalleria romana si distingueva disperdendo i nemici. Ma i veienti non risentivano particolarmente della tattica di logoramento e le perdite che subivano non erano insostenibili. Decisero dunque di cambiare strategia: abbandonarono volontariamente i campi per simulare paura da parte dei contadini, finsero ritirate disordinate di fronte l’invitta cavalleria dei Fabi. Volevano emulare uno stato di terrore per convincere i romani ad abbassare la guardia verso di loro.

E ci riuscirono. Lasciate le mandrie e le greggi libere di pascolare per tutti i loro possedimenti, i veienti trassero i romani in inganno. Presso il fiume Cremera, un affluente della riva sinistra del Tevere, i romani videro le migliaia di animali che vagavano senza pastori né cani. Si convinsero dunque che avevano avuto la meglio sui nemici e che la loro tattica e la loro forza in battaglia li aveva condotti alla vittoria.

La risposta dei guerrieri di Veio

Abbandonarono le proprie posizioni e andarono ad appropriarsi del bestiame. Non appena i Fabi raggiunsero le pecore i veienti fecero scattare la trappola e tesero loro un’imboscata creando “una muraglia impenetrabile di guerrieri” (forse un accenno all’utilizzo della tattica oplitica da parte degli etruschi).

I romani però non si persero d’animo: organizzatisi in una formazione a cuneo, riuscirono a penetrare le file dei veienti e a conquistare il pendente di un colle. Dalla posizione favorevole riuscivano a rifiatare contro l’assalto dei nemici e anche a spingere indietro il loro schieramento.

Ma i guerrieri di Veio, forti della maggioranza numerica, aggirarono l’altura conquistandone la vetta. Accerchiarono così il contingente romano e lo sterminarono. Secondo la leggenda solo un membro della gens Fabia sopravvisse ma, per l’analogia con il racconto della battaglia delle Termopili, modello letterario molto vicino alla descrizione dell’autore latino, non sembra che possa essere una notizia storicamente autorevole.

È interessante invece comprendere come la battaglia del Cremera sia stata per Roma un evento fondamentale nel passaggio dall’utilizzo di una tattica militare antica e patrizia, focalizzata sulle gesta eroiche dei singoli combattenti, a una strategia “moderna” e più funzionale come quella oplitica, basata sulla quantità e sull’adozione della fanteria pesante.

Nel corso del V secolo Roma inizierà gradualmente ad adottare quest’ultima strategia, aumentando l’efficacia del proprio esercito e rivalendosi anche sulla nemica Veio.

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Marco G. Potenza

Curatore dell'aspetto editoriale dei contenuti che vengono proposti.Dopo un percorso triennale in Lettere classiche presso l'Università degli studi di Siena, ha scelto l'Università degli Studi del Piemonte Orientale a Vercelli per frequentare la specialistica, approfondendo lo studio nei campi della linguistica e della storia; qui si è laureato in Filologia classica, discutendo una tesi sulla famiglia arcaica ateniese degli Alcmeonidi e il suo rapporto con l'oracolo di Delfi.Al percorso di formazione è seguita la pubblicazione di un articolo sulla collana "Platone nel pensiero moderno e contemporaneo" riguardante il rapporto tra la differente percezione della realtà in Platone e Kafka; infine ha lavorato tre anni come docente presso una scuola media statale piemontese.

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